Il Prof. Massimo Raffaeli per la LUAJ

L’inaugurazione del XXV anno accademico della Libera Università per Adulti di Jesi si è aperta con la premiazione di due vincitrici del “II Concorso di Narrativa – Poesia – Arte” di Mola di Bari, riservato ai corsisti delle varie UTE d’Italia. Augusta Franco Cardinali è risultata prima con la poesia “Oltre l’Apocalisse”, mentre Luisa Anderlucci si è classificata seconda con un paesaggio realizzato a gessetto. È seguita la conferenza “Pasolini, passione e ideologia“, tenuta dal prof. Massimo Raffaeli, filologo e critico letterario originario di Chiaravalle, collaboratore fra l’altro de “Il venerdì” di Repubblica, del programma di Rai Radio 3 “Wikiradio”, nonchè traduttore di autori della moderna letteratura francese.

Parte della sua produzione è finita in raccolte saggistiche. Nell’anno del centenario dalla nascita del poliedrico artista, il prof. Raffaeli ha messo in luce le tante contraddizioni e le fobie collettive che lo accompagnarono.

Risulta lo scrittore più tradotto al mondo, ma ha subito trentatré processi per reati di natura ideologica e di comune senso del pudore, con una persecuzione iniziata nel 1949 e finita tragicamente il 2 novembre1975. Oggi tutto è cambiato e all’opposto si rischia la giubilazione. Ci si aspetta che i classici parlino al futuro, ma non è mai un futuro semplice quello dei classici. Pensare alla quantità di testi scritti, filmati e dipinti lasciati da Pasolini fa emergere l’idea di un cosmo talmente grande che il centro è dappertutto. Più precisamente si può parlare di una costellazione itinerante la cui quantità di elementi è insondabile, dato che Pasolini viveva scrivendo e scriveva vivendo. Il relatore ha conosciuto i più cari amici e i biografi dell’artista, tra cui il primo, Enzo Siciliano. Tutti concordano che la sua vita, sia nel periodo giovanile, che più tardi, come star internazionale, era scandita in modo rigido: la mattina dormiva, il pomeriggio lavorava in modo frenetico e dopo la cena, solitamente consumata tra amici, spariva sempre a mezzanotte per dragare, anche sessualmente, la società. L’artista affermava:

Io ho conoscenza di classe, non coscienza di classe

volendo con questo indicare che la sua conoscenza della realtà avveniva tramite il corpo. La figura retorica che meglio lo definisce è l’ossimoro. Nacque il 5 marzo del 1922 da Carlo Alberto, appartenente alla piccola nobiltà romagnola, inserito nella carriera militare e per questo un po’ girovago. La madre, Susanna Colussi, una maestra delle elementari molto dolce e mite, fu l’unica donna che veramente amò, ricambiandone l’affetto protettivo. Il secondogenito Guido venne ucciso a soli diciannove anni in un regolamento di conti tra partigiani nell’eccidio di Porzûs del 1945. Questo lutto straziante fece sì che l’amore materno per Pier Paolo si moltiplicasse.

Pasolini univa dentro di sè aspetti contraddittori. Dati i tempi non viveva la sua omosessualità felicemente, ma con un senso peccaminoso. Considerava ogni attentato all’integrità del corpo umano, realtà centrale del creato, come una violazione di un tabù, di un’entità sacra. Trascorreva tutto l’anno a Bologna, poi d’estate si spostava con la madre a Casarsa, e da qui avrà origine la sua raccolta di poesie in friulano con cui esordì a venti anni. Al Liceo Galvani di Bologna, che finì in anticipo, conobbe degli antichisti, ma non ebbe una conoscenza filologica dell’antichità, che riemerse però come mitografia nei suoi film, dove metterà in scena il suo complesso di Edipo. A soli diciassette anni si iscrisse alla Facoltà di Lettere di Bologna, dove conobbe il più grande storico e critico dell’arte italiano, Roberto Longhi. Con le sue lezioni rivoluzionarie per l’epoca, dove le diapositive scandagliavano nel dettaglio le opere, il Maestro Longhi lasciò tracce profonde nella formazione estetica del promettente allievo, in particolare nei film, ricchi di significativi primi piani e rimandi alla materialità tridimensionale della pittura di Piero della Francesca, di Masaccio e del Pollaiolo, come è evidente ne Il Vangelo secondo Matteo. Pasolini stesso si dedicò alla pittura e si può considerare un novecentista di buon livello.

Come poeta, si può osservare che è assimilabile ad un compositore lirico tardo-provenzale e che il suo è un friulano reinventato, meno ispido di quello di Casarsa. Questo emerge già dalla dedica del suo piccolo Canzoniere, Poesie a Casarsa (1941 – 1942).

Fontana di aga dal me paìs. A no è aga pì frescia che tal me paìs. Fontana di rustic amòur

Fontana d’acqua del mio paese. Non c’è acqua più fresca di quella del mio paese. Fontana di rustico amore.

La poesia di Pasolini nasce al plurale. Le sue liriche sono preghiere struggenti. Solo Raimbaud ha scritto poesie religiose con quella freschezza, con Cristo che è un corpo lacerato. Sono poesie prive di ogni trascendenza.

Negli stessi anni delle Poesie a Casarsa e nel dopoguerra si manifesta la sua contraddizione tra la sua sessualità e l’universo della polis. Da giovane Pasolini era stato fascista ed era entrato nei GUF di Bologna. Quando però il Friuli fu incorporato nel Reich e venne sconvolto da una durissima repressione, le sue convinzioni politiche iniziarono a vacillare, fino a diventare, nel dopoguerra, un comunista di tipo particolare, maoista – pacifista. Suo padre, tornato nel 1945 dall’Africa orientale, dove era stato prigioniero degli Inglesi in Africa Orientale, non lo capì: non aveva strumenti culturali per farlo e si rifugiò nell’alcol.

Per invidie politiche, appena nell’agosto del 1949 si seppe che Pier Paolo si era appartato sulle rive del Tagliamento con alcuni ragazzi, partì la denuncia. Venne cacciato dal Partito Comunista per “indegnità morale e politica” ed interdetto dall’insegnamento nelle scuole pubbliche. Fuggì con la madre a Roma, “povero come un gatto del Colosseo”. Susanna Colussi fu costretta a lavorare come cameriera e l’artista sopravvisse insegnando in una scuola privata di Ciampino, dove ebbe un alunno particolare, ripetente, affetto da difterite e da mutismo per problemi emotivi: Vincenzo Cerami. Pasolini sarà ucciso due mesi prima dell’uscita del famoso libro dell’ex allievo, Un borghese piccolo piccolo.

Il relatore con la giornalista e poetessa Augusta Franco Cardinali

Il Pasolini che conosciamo emerse a Roma, porta del Meridione del mondo, con un popolo non politicamente maturo ed organizzato. Nelle borgate sentì pulsare la vita e la percepì come sua. Roma fu importante per la sua ricerca della verità dal “basso”. Qui scrisse le sue opere canoniche, costellazioni dalle forme e lingue plurali, come la raccolta di poesie Le ceneri di Gramsci e due testi in prosa che sono studi etnografici sulle borgate romane, Ragazzi di vita e Una vita violenta. Per approfondire la sua lezione il prof. Raffaeli ha fatto distribuire fotocopie con poesie di Pasolini, come Supplica a mia madre, in versi alessandrini o martelliani, composti da due settenari, dalla raccolta Poesia in forma di rosa del 1964. Ne emerge un rapporto carnale rispetto alla sua condizione di omosessuale. Di omosessualità non si poteva ancora parlare. Quando Pierpaolo venne ucciso, la madre somatizzò il tutto e per quindici – sedici anni piombò in un’afasia totale.

È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

L’altra poesia che è stata commentata, nelle terzine usate da Pascoli, con rime e assonanze libere, ha dato il titolo alla raccolta Le ceneri di Gramsci. Il filosofo e politico sardo era morto a Roma nel 1937 e le sue ceneri erano state portate nel cimitero acattolico, dietro la Piramide Cestia. Nel 1954 Pasolini si reca sulla sua tomba: è in un momento di profonda disperazione e miseria e confessa le sue contraddizioni. È un progressista: ama il popolo, di cui lo attrae la corporeità. Gran parte dell’opinione pubblica che la mattina lo fustiga, il pomeriggio guarda i suoi film. Cerca la luce di Gramsci, però si domanda, con un verso simbolo di tutta l’ultima produzione pasoliniana, che nel complesso risulta caotica e frammentaria…

Ma a che serve la luce?

A che serve capire il mondo se va verso la società dei consumi, in una direzione opposta alla tua? Bollato negli anni Cinquanta come pornografo, con il boom economico Pasolini diventa un grande regista e uno scrittore affermato. Negli anni Settanta inventa una figura oggi inflazionata, quella dell’opinionista che nelle prime pagine dei giornali fa sentire la sua voce, denunciando il genocidio delle culture particolaristiche. Vi fu tanta precocità nel suo sguardo e tra le sue opere che rimasero incompiute sono significative:

  • il film Salò o le 120 giornate di Sodoma, intollerabile per il relatore, ma che comunque contiene “una terribile ansia di verità, con una compravendita sessuale maschile e femminile che è una forma di cannibalismo“;
  • il romanzo Petrolio, “conficcato nelle sacche nere della società dei consumi“.

Del resto, a proposito del massacro del Circeo del 1975, in cui tutti davano dei fascisti ai colpevoli, Pasolini aveva detto di conoscere altri che facevano le stesse azioni tutte le sere, usando il corpo come una merce.

Sulla morte di Pasolini, tre processi non bastarono a portare chiarezza. L’unico che ammise la sua colpevolezza, Pino Pelosi, trovato alle tre di notte in stato confusionale e con macchie di sangue, non fu prodigo in dettagli per paura di rappresaglie.

Per il prof. Raffaeli Pasolini si può riassumere con un’immagine: quella della disperazione per il fatto che il corpo non fosse più considerato qualcosa di sacro. La società dei consumi lo aveva equiparato alle altre merci. Il suo allarme riguarda la perdita dell’integrità psico-morale degli individui. La conferenza si è chiusa con la citazione di un distico di Ezra Pound (1885 – 1972), tratto da una poesia letta al poeta americano filofascista da Pasolini durante un’intervista del 1968, versi che costituiscono un punto di convergenza tra i due intellettuali rivoluzionari, in quanto espressione di un sincero e profondo amore per un umanesimo, privo di retorica:

Quello che veramente ami non ti sarà strappato
Quello che veramente ami è la tua vera eredità

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